Ancora pesanti zone d’ombra intorno al ministro della Salute, Roberto Speranza. Alla mancata pubblicazione del “piano segreto” anti Covid, il ministero della Salute decide di tenere chiusi nei cassetti del dicastero anche i verbali della task force sul coronavirus istituita l’anno scorso da Speranza.
Niente da fare. Nonostante i continui tentativi di due parlamentari, e lo scontato ricorso al Tar, l’avvocatura dello Stato ha deciso di resistere in aula e non intende mollare la presa.
La vicenda
Galeazzo Bignami e Marcello Gemmato, deputati FdI, bussarono alla porta di viale Lungotevere Ripa 1 per ottenere “copia di tutti i verbali della task force”. Tempo dopo, il dicastero rispose con un diniego. Si tratta di robe non ufficiali. Di questioni decise in un “tavolo informale” a sostegno di Speranza. Sollecitato di nuovo, l’ignoto dirigente dell’Ufficio di Gabinetto rispose nuovamente ribadendo che le “minute” e “gli scritti informali” prodotti in quelle riunioni sono solo “resoconti riepilogativi”. Niente di serio, insomma.
Bignami si rivolge al Tar del Lazio, così come fece – vincendo la causa – per stanare il “piano segreto” anti Covid. Il ministero della Trasparenza ovviamente s’è opposto, puntando sull’opacità dei formalismi. Nella memoria difensiva depositata alla Sezione III quater, infatti, l’Avvocatura dello Stato che difende il dicastero di Speranza si è aggrappato ai cavilli per sostenere una decisione che appare squisitamente politica.
Il terremoto politico e il piano pandemico
È importante sapere cosa c’è scritto in quei documenti per cercare di riannodare i fili intorno all’inchiesta della procura di Bergamo, il piano pandemico mai aggiornato dal 2006, la rogatoria inviata all’Oms, l’iscrizione nel registro degli indagati di Ranieri Guerra, la querelle sul report di Francesco Zambon scomparso dal sito dell’Oms e anche le “reticenze” del ministero denunciate dal procuratore bergamasco Maria Cristina Rota.
Poi c’è lo stralcio di uno dei verbali della task force emerse a gennaio quando i pm inviarono la guardia di Finanza al ministero con in mano un decreto di perquisizione locale e informatica. Si tratta del “resoconto del 29 gennaio” e ad attirare l’attenzione dei magistrati sono in particolare “le dichiarazioni verbalizzate” di Giuseppe Ippolito, direttore dello Spallanzani. Ippolito “aveva evidenziato l’opportunità ‘di riferirsi alle metodologie del Piano pandemico di cui è dotata l’Italia e di adeguarle alle linee guida appena rese pubbliche dall’Oms’”. Perché la task force e il ministro Speranza preferirono investire tempo e risorse per riscrivere un piano anziché rispolverare quello esistente come suggerito dall’Oms?
Per l’avvocatura il diniego alla pubblicazione deriva dal fatto che “non esistono” verbali sulla task force. Ma negli archivi pare ci siano solo “resoconti informali, con allegato l’elenco dei presenti acquisito nel corso della riunione”. Di più: anche l’attività stessa del gruppo era “un tavolo di consultazione informale del ministro”. Dunque si decideva le sorti sanitarie del Paese informalmente. Addirittura, spiega l’avvocatura, senza neanche un “decreto ministeriale istitutivo” che ne disciplinasse “formalmente l’attività” o ne scandisse “tempi e modalità di procedimento”.
Le carte esistono
In realtà, ovviamente, delle carte esistono. Ma il ministero non intende mostrarle. “Gli unici scritti esistenti”, spiega l’avvocatura, sono dei “resoconti”, che però sono “conservati agli atti come verbali” (?), redatti da “un funzionario, di volta in volta presente alla specifica riunione, che annota sinteticamente i diversi interventi”, ma non li trascrive integralmente. Il funzionario è ignoto. Inoltre pare che i documenti non siano stati neppure “letti, approvati e sottoscritti dai presenti”, tanto che il ministero intende neppure “attestare che riportino fedelmente gli interventi dei partecipanti al tavolo”. Inoltre mancano la l’intestazione, la data, la firma, il protocollo interno e via dicendo. Sintesi: non essendo “documenti amministrativi” veri e propri, non essendo insomma ufficiali, il ministero non intende fornirli a chi li richiede.