La Suprema Corte ha respinto la richiesta di revisione del processo per la strage di Erba. Ma tra confessioni ritrattate, nessun DNA e testimonianze traballanti, la verità sembra ancora lontana.
Il verdetto definitivo?
Olindo Romano e Rosa Bazzi resteranno in carcere. A deciderlo, oggi 26 marzo 2025, è stata la Corte di Cassazione, che ha respinto la richiesta di revisione del processo avanzata dalla difesa dei due coniugi, condannati all’ergastolo per la strage di Erba dell’11 dicembre 2006.
Una decisione che, secondo la Suprema Corte, non lascia spazio a margini d’errore. Ma la storia insegna che i margini d’errore – soprattutto nei processi – esistono. Eccome se esistono.
Quel massacro che scioccò l’Italia
La sera dell’11 dicembre 2006 quattro persone vengono uccise a colpi di spranga e coltello in un appartamento di Erba, in provincia di Como. Le vittime sono Raffaella Castagna, suo figlio Youssef (di appena due anni), la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini.
Il marito di quest’ultima, Mario Frigerio, gravemente ferito, si salva per un’anomalia alla carotide che gli evita il dissanguamento.
La scena è devastante. Le urla, il sangue, le fiamme. E poi, pochi giorni dopo, l’arresto di due insospettabili: Olindo e Rosa, i vicini di casa.
Confessioni, ritrattazioni e una giustizia veloce
I due confessano. Poi ritrattano. Ma la macchina della giustizia ha già messo in moto il suo meccanismo. Il movente – un presunto rancore condominiale – è semplice e credibile.
Il testimone chiave, Mario Frigerio, inizialmente dice di aver visto “un uomo con la pelle olivastra”. Poi, mesi dopo, riconosce Olindo.
Nel frattempo, le perizie confermano: nessuna traccia biologica dei due imputati sulla scena del crimine. Nessun DNA, nessuna impronta.
Eppure, il processo va avanti spedito. Nel 2011, la Cassazione conferma la doppia condanna all’ergastolo.
Le ombre mai dissipate
Negli anni, giornalisti, avvocati e osservatori indipendenti iniziano a sollevare dubbi. Tanti. Troppi.
Le confessioni contengono dettagli che non corrispondono alla realtà della scena del crimine.
Le testimonianze di alcuni vicini non collimano.
E poi c’è quella misteriosa auto verde, vista allontanarsi dalla casa subito dopo la strage. Un’auto mai identificata. Mai ricercata seriamente.
Azouz, i nuovi esami e la richiesta di revisione
Azouz Marzouk, padre del piccolo Youssef e marito di Raffaella Castagna, diventa uno dei principali promotori della revisione del processo.
Chiede giustizia, ma anche verità.
“Voglio sapere chi ha davvero ucciso mio figlio”, dirà in più occasioni.
Intanto, le nuove analisi genetiche aprono spiragli: tracce di ignoti. Incongruenze tecniche. Incertezze investigative.
Cassazione: tutto respinto
Ma oggi, la Corte di Cassazione chiude la porta.
Secondo i giudici, “non esistono elementi nuovi sufficienti a riaprire il caso”.
La revisione non s’ha da fare.
La sentenza è definitiva. La storia, forse no.
La domanda che non possiamo ignorare
Questo caso, comunque lo si giudichi, impone una riflessione scomoda:
Quanto conta la verità nei processi?
E quanto pesa invece la necessità di chiudere un caso, placare l’opinione pubblica, costruire una narrazione coerente?
Quando mancano DNA, impronte, movente convincente, possiamo davvero dirci certi di una colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio”?
Conclusione: la verità non è un fastidio
Olindo e Rosa restano in carcere.
E la strage di Erba resta uno dei misteri più inquietanti del nostro tempo.
Forse i due sono colpevoli.
Forse no.
Ma in uno Stato di diritto, il dubbio non dovrebbe mai essere trattato come un fastidio.
📣 Vuoi dire la tua?
👉 Guarda il nostro video-inchiesta completo su Zone d’Ombra TV – YouTube
👉 Commenta, condividi, partecipa al dibattito.
👉 Seguici su zonedombratv.it e sui nostri canali social.
Perché la verità ha bisogno di domande, non di silenzi.