La partita politica, in queste settimane, si sta giocando tutta intorno al Meccanismo europeo di stabilità. Sono in corso trattative serrate per accontentare soprattutto i grossi gruppi imprenditoriali.
E che la questione sia complicata lo sottolinea anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri: “esiste una divergenza di opinioni, approfondiremo.” Se c’è qualcuno più di tutti che non vuole farsi rubare la scena (e i soldi), quello è il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio: “Noi abbiamo ottenuto questi 209 miliardi, in parte a fondo perduto, lavoriamo a spendere bene quelli” afferma. Per lui sarebbe un doppio problema farsi scippare il “potere” sul Mes visto che ha una linea privilegiata con i veri vertici a 5 Stelle: Grillo e Casaleggio. Passare in secondo piano significherebbe, per lui, indebolire la sua presenza.
I lavori al ministero degli Esteri da 60 milioni di euro
Ed è proprio Di Maio che, intanto, pensa di spendere 60 milioni di euro per rifare gli infissi, mettere condizionatori e riscaldamenti alla Farnesina e trasformare il piazzale antistante alla sede del ministero degli Affari Esteri in un avveniristico generatore di energia elettrica. Il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola, che ha il coordinamento delle operazioni, ha spiegato che non vi è nulla di definitivo e che tutto può essere modificato tanto che le schede filtrate sulle proposte di Recovery Plan.
Peccato che esista un progetto, il numero 770, dal titolo “Sostituzione infissi ed efficientamento impianto di riscaldamento e di raffreddamento del Palazzo della Farnesina”. Nella descrizione si legge:“L’obiettivo del progetto è la sostituzione integrale degli infissi del palazzo della Farnesina e la realizzazione di un nuovo impianto di riscaldamento e raffreddamento mediante macchine VRV, eliminando i numerosi sistemi di climatizzazione autonomi disseminati all’interno dell’edificio e realizzando un sistema centralizzato”. I lavori che dovrebbero essere eseguiti alla modica cifra di 46 milioni di euro.
C’è, poi, il progetto numero 772, che sempre su iniziativa del ministero degli Affari Esteri, mira per 14 milioni di euro al “rifacimento piazzale esterno del palazzo della Farnesina con elementi di produzione di energia elettrica”. “L’obiettivo è il rifacimento della pavimentazione in marmo del piazzale esterno del palazzo della Farnesina, sede del Ministero degli Affari Esteri e del Commercio Elettrico, incorporando nella pavimentazione dei generatori piezoelettrici, in grado di trasformare l’energia cinetica dovuta al passaggio di persone e veicoli in energia elettrica”.
Come si vede, dunque, il governo da una parte temporeggia tranquillizzando gli italiani, dall’altra insegue una linea che tiene all’oscuro tutti. O meglio, quelli che non devono far parte alle spartizione della torta.
L’Italia per le grandi imprese
La conferma delle attenzioni del governo italiano alle grandi aziende, invece, è confermato dalla disputa di maggio tra Italia e Germania. In quel contesto la Merkel scalpitava per velocizzare lo sblocco dei 200 miliardi di euro della Bei, la Banca europea per gli investimenti. Il motivo del ritardo era collegato al diverso punto di vista tra Germania e Italia a chi indirizzare le risorse. Se per il governo federale tedesco le garanzie della Bei avrebbero dovuto essere destinate solo alle piccole e medie imprese, per Italia, Francia e Spagna, i fondi avrebbero dovuto essere a disposizione anche dei grandi gruppi industriali.
Per esempio, la Fca, che ha fatto sapere di essere intenzionata a chiedere all’Italia un aiuto statale da 6,3 miliardi. Dal canto suo, Macron, al momento, non ha nessuna intenzione di aprire il Mes cosiddetto “sanitario” per una ragione tecnica: non garantisce alcun risparmio rispetto all’applicazione di un finanziamento ordinario tramite obbligazioni pubbliche sovrane.
Dunque, nel caso Fca non solo vengono portate via entrate allo Stato italiano spostandole in un paradiso fiscale dell’eurozona, non solo s’intascano 6 miliardi e mezzo che potevano servire per ridare slancio all’economia reale, ma delocalizzano per succhiare altra linfa vitale al mondo del lavoro e alla classe media.
I grandi gruppi che “se la giocano”
Nella partita del Mes, ovviamente, non possono non giocare una partita poderosa gruppi come Tim, Windtre, Fastweb e, infine, Vodafone. Quest’ultima l’azienda in cui Vittorio Colao, presidente della Task Force nominata dal governo per fronteggiare l’emergenza Covid, è stato ex numero uno. Colao in queste ore ha sottolineato che per ripartire dopo la crisi è necessario scegliere “misure di significativo impatto e non cento misure che non cambieranno le cose”. Tanto che Paolo Gentiloni, Commissario europeo per l’economia, ci ha tenuto subito a ribadire due concetti. Il primo che il Mes comporterebbe per l’Italia “un risparmio grossomodo di 5-6 miliardi”, e il secondo che quei soldi non devono essere utilizzati per tagliare le tasse.
E se Giuseppe Conte confida “che la Fibra possa completarsi quanto prima avvalendosi di ruolo di investitore strategica con Cdp“, Luigi Gubitosi, amministratore delegato di Tim, precisa di essere “grato al Governo e alla Cdp per aver trovato questo accordo: è stato il mese di agosto meglio investito della mia età adulta lavorando con Cdp. Ora l’impegno è di trasformare il testo del memorandum of understanding in un testo definitivo passando dai principi alla contrattualistica e comunque stiamo lavorando per progettare e distribuire sul territorio tutto quello che dovrà essere. Credo che i tempi saranno veloci“.
Decisioni prese a Cernobbio, al 46° Forum Ambrosetti. Con buona pace delle piccole e medie imprese in difficoltà.