"Clausola di guerra": per la prima volta in un contratto tra due aziende
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Se la guerra è davvero tornata, come suggeriscono i primi capitoli del libro Capitalismo di guerra (Fuori Scena, 219 pagine), allora è tornata anche la sua economia.

“Clausola di guerra”: per la prima volta in un contratto tra due aziende. Un’economia che la storia ha sempre descritto come un’eccezione legata a contesti estremi, ma che oggi, secondo gli autori Alberto Saravalle (giurista) e Carlo Stagnaro (economista), rischia di trasformarsi in un nuovo paradigma di riferimento.

Il titolo del volume è volutamente provocatorio, così come la tesi centrale: la mentalità da conflitto non è più confinata alla geopolitica o agli arsenali militari, ma si è insinuata nei gangli del commercio globale, nei processi produttivi, negli investimenti e perfino nelle norme giuridiche.

Il contratto tra due aziende

Il saggio si apre con un segnale eloquente: un contratto di acquisizione firmato tra due importanti aziende italiane che, per la prima volta, contiene una clausola che permette la rescissione in caso di guerra che coinvolga l’Italia — e il riferimento esplicito è all’articolo 5 della NATO. Un dettaglio significativo, datato primavera 2024, che mostra come ciò che un tempo si riteneva impensabile nei Paesi dell’Unione Europea stia diventando realtà. “Fino a poco tempo fa, clausole simili erano prerogativa di zone afflitte da guerre o tensioni croniche”, sottolineano gli autori. Eppure oggi anche i vertici europei parlano apertamente di un potenziale scenario bellico. Ursula von der Leyen avverte che il rischio non è imminente ma neanche remoto; Charles Michel ha usato l’espressione “economia di guerra” senza mezzi termini.

“Pensiero positivo globalizzato”

Per chi ha vissuto gli anni del “pensiero positivo globalizzato” — quelli della “fine della storia” teorizzata da Francis Fukuyama — questo libro rappresenta una sveglia brutale. Ma non si tratta né di un’operazione nostalgica né di un testo ideologico. Gli autori costruiscono la loro tesi attraverso dati, atti normativi, decisioni politiche e dichiarazioni ufficiali provenienti da leader europei e americani. Il quadro che emerge è quello di un sistema internazionale che ha messo da parte i dogmi del libero mercato senza aver ancora trovato un nuovo equilibrio.

Il parallelo più ricorrente nel libro è quello con il Risiko: “Temendo che il nemico si impossessi della Kamchatka, ci affrettiamo a spostare i nostri carri armati in Jacuzia”, scrivono. Una logica da gioco di reazione e contrattacco che, secondo Saravalle e Stagnaro, rischia di alimentare le tensioni invece che contenerle. “Dazi, barriere e restrizioni creano un effetto domino. La paura genera misure aggressive, che a loro volta aumentano la conflittualità. E da lì al conflitto vero il passo può essere breve”.

I dazi sono solo la manifestazione più visibile di un fenomeno più ampio.

“Rispondere a dazi con altri dazi è un errore — affermano in un’intervista al Corriere della Sera — perché a perdere, in questi casi, sono tutti, soprattutto chi dà il via alla guerra commerciale. L’esperienza dello Smoot-Hawley Act del 1930 insegna. Inoltre, considerando che l’Italia importa soprattutto servizi e beni intermedi dagli Stati Uniti, simili misure aumenterebbero i costi finali dei nostri prodotti”.

Il libro esplora con rigore tutti i fronti su cui si combattono oggi queste nuove guerre: dal commercio ai dati, dall’energia all’intelligenza artificiale, dalle materie prime ai microchip. Il panorama è frammentato: mentre gli Stati Uniti favoriscono il libero mercato dei dati, la Cina li sfrutta per la sorveglianza di massa, e l’Europa si muove nella direzione della tutela degli utenti — rallentando però l’innovazione.

Anche il linguaggio è cambiato. Oggi si parla apertamente di “weaponization”: ogni strumento — dalle infrastrutture ai codici, dalle piattaforme digitali alle valute — può diventare un’arma geopolitica. Nulla è più neutrale. Nemmeno la corruzione, che gli autori descrivono come una leva strategica in certi contesti.

Cosa fare, allora? Nessuna soluzione facile. Ma qualche direzione da intraprendere, sì: rafforzare i legami commerciali con attori globali come il Regno Unito, il Mercosur e l’Australia; stimolare la creazione di un’Unione dei capitali; abbattere le barriere interne che ostacolano gli investimenti privati. Ma soprattutto, dicono Saravalle e Stagnaro, bisogna cambiare il racconto dominante. Basta pensare che l’autarchia sia sinonimo di sicurezza. “L’apertura, se ben governata, può ancora essere una forza. E forse l’unica arma veramente utile in un mondo sempre più chiuso”.

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